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Dopo il successo di Cervelli in fuga, che per la prima volta ha mostrato i volti e le storie delle tante menti italiane costrette a “cercare fortuna” all’estero, ecco adesso l’altra faccia della medaglia, per molti versi ancor più allarmante: le vicende dei cervelli che invece sono rimasti qui. |
Dall’Introduzione
A leggere le testimonianze dei giovani che raccontano qui la loro vita “in gabbia”, si è presi da un senso di rabbia, misto a sconforto e indignazione. Attraverso le storie personali di questi giovani ricercatori balzano davanti agli occhi in modo nitido e reale quei problemi di cui si dibatte a proposito della ricerca nel nostro Paese (inefficienza, spreco di risorse umane, demeritocrazia, burocratizzazione, indifferenza, eccetera), ma che spesso finiscono per apparire al pubblico lontani e astratti. Come già avvenuto per il precedente libro, Cervelli in fuga, dando la parola a chi questi problemi li vive “in diretta”, e sulla propria pelle, si ha un’immediata percezione del disastro culturale che provoca nel nostro Paese il modo perverso di gestire quello che dovrebbe essere il bene più prezioso: lo sviluppo della conoscenza, della creatività, della capacità di pensare in modo innovativo, in una parola dell’intelligenza. Se nel precedente libro emergeva chiaramente ciò che i giovani ricercatori italiani riuscivano a trovare andando a lavorare all’estero (maggiore considerazione, inserimento in ricerche importanti, più alti stipendi, meritocrazia, eccetera, tutte cose che compensano i tanti disagi e perdite affettive di chi è costretto a emigrare), questa nuova raccolta, quasi in modo speculare, racconta le condizioni di chi non ha fatto questa scelta, e ha tentato inutilmente di mettere il proprio talento al servizio del proprio Paese. |
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