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Da qualche anno è stato lanciato l’allarme sulla crescente diffusione nel nostro Paese di gruppi e sette religiose “estreme”. |
Gli autori Patrizia Santovecchi è Presidente Nazionale dell’Osservatorio Nazionale Abusi Psicologici (O.N.A.P.) e Consigliere Nazionale del Gruppo di Ricerca e Informazione Socioreligiosa (GRIS). Consulente nel campo della “nuova religiosità” per le diocesi di Firenze, Prato, Pistoia e Fiesole. Per le edizioni Dehoniane ha scritto Da Testimoni di Geova a… un aiuto per chi vuole uscire e I Culti Distruttivi e la Manipolazione Mentale. Per Avverbi, Figli di un dio tiranno. Per Ed. Coop. Clero di Pistoia, I Culti Emergenti, Sette, magia e… non solo. Chiara Bini, giornalista, lavora come addetta alla comunicazione presso la Regione Toscana. Dopo una lunga esperienza su La Nazione, Il Resto del Carlino e Il Giorno, adesso collabora con varie riviste. Si interessa da tempo di vicende legate alla manipolazione mentale. Ha scritto con Patrizia Santovecchi Figli di un dio tiranno (Avverbi, 2002). |
Dall’Introduzione
E così eccoci di nuovo. Sono passati tre anni dall’uscita del nostro Figli di un dio tiranno, il libro in cui abbiamo svelato i drammatici percorsi di dieci fuoriusciti da gruppi a sfondo religioso. In questi mille giorni, gli effetti delle testimonianze che avevamo raccolto allora non hanno perso un millimetro di attualità. Anzi, come animati da una forza che si autoalimenta, i racconti hanno smosso un popolo sotterraneo sparso dal nord al sud d’Italia fatto di donne, di uomini, di giovani, di anziani in cerca di informazioni, di chiarimenti, di aiuto. In tanti ci hanno contattato e continuano a farlo talvolta disperati, talvolta increduli, sempre inermi. Chiedono come fare per tornare a riavvicinare un familiare risucchiato da una “fede” deleteria che lo ha allontanato da tutto e da tutti, che lo ha trasformato in un’altra persona, che lo sta danneggiando. Vogliono sapere cosa, dove, chi. Perché i figli di un dio tiranno hanno genitori, mariti, mogli, figli, amici. Hanno persone care che vivono quel dramma devastante che è l’assistere alla lenta rovina di chi si ama senza poter fare nulla. Sono oltre otto milioni in Italia coloro che hanno a che fare con la realtà dei culti totalitari. Tutto a un tratto si trovano a fare i conti con problemi che non avevano mai conosciuto prima, che non sanno come affrontare e come contrastare, salvo rendersi conto che, qualora lo volessero, non avrebbero comunque gli strumenti adatti. Quanti invece sono preposti a farlo, le forze dell’ordine, non si stancano di ripetere la necessità delle pezze d’appoggio perché loro possano intervenire o perché possano avviare un’attività di indagine, altrimenti hanno le mani legate. In una parola: bisogna fare denuncia. Ma la denuncia presuppone un reato. Non solo. Presuppone due fattori non di poco conto: che l’adepto venga sottoposto a una violenza riconosciuta in termini oggettivi, quale l’abuso fisico, il sequestro, la truffa, e che poi abbia la forza di ribellarsi e chiedere aiuto fuori dal gruppo. Altrimenti? Altrimenti ci troviamo in quel settore indefinito dove l’azione di contrasto è pressoché impossibile. È questo il punto nevralgico. La figura del plagio in campo religioso o politico/sociale, con le sue implicazioni di natura psicologica/psichiatrica, o politico/legislativa e di conseguenza giuridico/penale. C’è chi nega in assoluto l’esistenza del plagio e chi lo ritiene una prassi comune. C’è chi, partendo dal principio dell’inviolabilità della coscienza individuale, sostiene che qualsiasi limitazione nei riguardi di persone e gruppi religiosi sia in ogni caso lesiva del diritto fondamentale di libertà religiosa. Infine esiste un movimento di opinione che intende promuovere una legislazione che tuteli la libertà di religione dei cittadini, sia come gruppi che come individui, attraverso sia la formulazione di una legge-quadro sulla libertà religiosa sia la reintroduzione nel Codice penale del reato di manipolazione mentale. Il plagio fu abolito nel 1981 dalla Corte Costituzionale perché la legge che lo condannava era formulata in maniera talmente vaga da lasciare troppo spazio non solo alla discrezionalità, ma addirittura all’arbitrio del giudice. La Corte ha fatto decadere una legge che il Parlamento poi non ha più sostituito. Vero è che al momento diverse iniziative parlamentari si propongono di colmare questo vuoto legislativo. Il nodo della questione sta nel fatto che l’idea di libertà di religione è legata all’idea di libertà personale e, come abbiamo visto, queste due idee di libertà presentano molti aspetti contrastanti: da una parte la libertà di pensiero è un diritto inalienabile dell’uomo ma dall’altra un abuso e un malcompreso senso di libertà spinge l’individuo verso l’irresponsabilità che sfocia nella limitazione della libertà altrui. La conseguenza è che molti gruppi o singoli, attraverso la persuasione illecita, attentano ogni giorno all’integrità psichica di altri esseri umani privandoli della loro unicità e del loro libero arbitrio e commettendo un delitto gravissimo che per ora rimane impunito. Il giusto confine tra libertà e liberticidio dà vita a una sfida etica che attende, è vero, le nostre istituzioni, ma che ci ricorda che in una democrazia la scelta pesa anche su ciascun cittadino. Così è nato questo secondo libro. Senza troppe pretese dà voce a familiari gettati nell’angoscia, a professionisti che hanno avuto modo di occuparsi del problema e a quanti stanno lavorando per dare leggi migliori al nostro Paese. Contiene otto storie di familiari preoccupati, quando non assolutamente disperati, per le sorti e il futuro dei loro figli, fratelli, coniugi. Anche stavolta, come nel libro precedente, abbiamo sostituito i nomi reali con nomi di fantasia per tutelare i protagonisti e per andare incontro a una richiesta dei familiari stessi. Che in due casi non hanno gradito neppure che facessimo il nome del gruppo con il quale si trovano a combattere. Hanno paura, un sentimento molto diffuso che se da un lato aiuta a promuovere qualcosa di positivo, dall’altro blocca ancora troppe azioni di indagine o di denuncia. Ma anche stavolta il libro esce insieme alla volontà di continuare a parlarne e di continuare a dare informazioni perché non cali il silenzio su un aspetto malato della nostra società. In sostanza, perché non si abbassi la guardia. |
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