VIRUS ALL’ATTACCO
Cosa ci aspetta dopo la Sars Prefazione

Edoardo Altomare e Margherita De Bac
prefazione di Gilberto Corbellini

Pagg. 200 Euro 14,00




Secondo gli esperti, confermati dalle più autorevoli riviste scientifiche mondiali, la recente epidemia di Sars è stata solo un avvertimento. Le minacce provenienti dai virus, quelli già noti che si riaffacciano e i nuovi “emergenti”, sono molte: dalla possibilità di un ritorno della polmonite atipica a quella, incombente sull’umanità, di una nuova Spagnola pandemia influenzale. Un’epidemia globale, il “Big One” che gli studiosi si aspettano come ormai imminente, e che potrebbe avere costi elevatissimi, anche in termini di vite umane. Eppure, solo pochi decenni fa, ci eravamo illusi di aver definitivamente sconfitto le malattie infettive. Il libro, scritto con un taglio giornalistico, analizza le più recenti acquisizioni sulle patologie virali e prospetta i possibili scenari e le risorse a nostra disposizione per affrontare le future aggressioni da parte di questi nemici invisibili. Sottolineando la necessità che la comunità scientifica ed i sistemi sanitari si presentino adeguatamente preparati al prossimo appuntamento; e l’importanza di una corretta informazione scientifica che aiuti a creare una consapevolezza del rischio.

Gli autori

Edoardo Altomare, medico, collabora da anni con numerose testate giornalistiche e riviste specializzate. Con le edizioni Avverbi ha già pubblicato Medicine & Miracoli. Dal siero Bonifacio al caso Di Bella (1998) e Influenza (2000). Margherita De Bac è giornalista del Corriere della Sera, dove si occupa in particolare della sanità. Prima dell’emergenza Sars ha seguito il caso Bse, su cui ha scritto il libro Mucca pazza (Avverbi 2001), la più accurata e dettagliata indagine pubblicata in Italia su questo tema. La prefazione è a cura di Gilberto Corbellini, ricercatore di Storia della Medicina all’università la Sapienza di Roma e collaboratore delle pagine scientifiche de Il Sole 24 Ore.

Dalla prefazione di Gilberto Corbellini

Che cosa abbiamo imparato dall’epidemia di Sars? È la domanda che la comunità degli esperti di malattie infettive e sanità pubblica si è fatta e si sta facendo in modo più insistente – a parte forse interrogarsi se ci saranno altri casi e se, data tale eventualità, si manifesteranno in forma isolata o assumeranno le dimensioni di epidemie o addirittura pandemie. È probabilmente anche la domanda che i medici si pongono dopo ogni grave epidemia e soprattutto dopo le pandemie, da quando cioè, con le trasformazioni industriali e urbane e l’intensificazione degli scambi economici tra continenti, queste ultime sono diventate una minaccia costante per l’umanità. Provando a riassumere il senso delle risposte circolate in questi mesi di dopo-Sars, si può dire innanzi tutto che abbiamo reimparato – come ha scritto Barry R. Bloom e ribadisce anche Gro Harem Brundtland nell’intervista pubblicata in questo libro – l’efficacia di interventi che le società umane avevano messo in pratica senza sapere perché funzionassero. Ovvero che l’unico modo di controllare un’epidemia, quando non ci sono farmaci per curare i malati o metodi per prevenire il contagio, è quello di cercare di interrompere la trasmissione istituendo le cosiddette quarantene e l’isolamento dei malati. Abbiamo però anche imparato che oggi disponiamo di conoscenze e tecnologie biomediche molto più efficaci rispetto al passato. La scienza è probabilmente la risposta adattativa più potente che l’uomo è riuscito a mettere a punto per far fronte alle sfide ambientali, tra cui le malattie infettive hanno occupato e occupano un posto molto importante. Purtroppo, tanto per fare un po’ di scandalismo, un po’ anche per il gusto di mettere in difficoltà chi davvero lavora per trovare soluzioni ai problemi e come conseguenza di un riflesso condizionato antiscientifico particolarmente diffuso in Italia, l’immagine del “virus sfuggito alla scienza” è stata un po’ il leitmotiv dell’informazione circolata nei media italiani sull’epidemia orientale di Sars – l’Unità gli ha addirittura dedicato un titolo d’apertura. Un’immagine che incarna bene l’atteggiamento prevalente nella cultura italiana nei riguardi della scienza (sempre identificata con la tecnologia), costantemente percepita dalle tradizioni culturali cattolica e crociano-marxista come una pratica foriera di ogni genere di minaccia – e ovviamente incapace di cogliere o spiegare le autentiche dimensioni umane dell’esistenza, inclusi fattori che determinano le reazioni alle malattie infettive. I ragionamenti andavano dalla fantasia del virus creato in laboratorio e sfuggito al controllo dello scienziato-apprendista stregone, all’impotenza della scienza di fronte alle forze della natura. Forze che ovviamente la nostra tecnica avrebbe essa stessa turbato e quindi scatenato, come ha ammonito il filosofo di Repubblica, Umberto Galimberti, in un articolo dai toni profetico-iettatori apparso “giusto” il Venerdì di Passione 2003. Abbiamo poi imparato che la collaborazione internazionale tra laboratori e sistemi sanitari rende più efficace la comprensione e la prevenzione dei fenomeni epidemici. Come si può osservare anche nel libro, nonostante una sorta di moratoria dichiarata dalle principali riviste scientifiche sulla circolazione di informazioni potenzialmente utilizzabili per scopi bioterroristici e nonostante i forti interessi economici in gioco per l’utilizzazione di conoscenze potenzialmente trasformabili in tecniche commercializzabili, i più efficienti laboratori di microbiologica hanno cooperato per identificare più rapidamente l’agente causale. Ovviamente, abbiamo avuto conferma anche del fatto che il controllo politico sull’informazione (un deficit di democrazia) può essere pericoloso. Il ritardo con cui la Cina si è resa conto della situazione e ha rilasciato le informazioni a livello internazionale poteva avere conseguenze davvero tragiche se l’infettività del virus fosse stata superiore. Qualcuno si è chiesto se la Sars avrà qualche conseguenza anche per la salute del Partito Comunista Cinese. In realtà, in Cina ci sono competenze scientifiche d’avanguardia in campo biomedico e quindi risorse umane e tecniche da cooptare per riorganizzare il sistema di sorveglianza epidemiologica. Per quanto riguardo l’informazione sulle emergenze epidemiologiche, anche l’Oms si è resa conto di dover rivedere le proprie strategie di comunicazione, per risultare più efficace nel coordinamento delle strategie di controllo e per evitare di innescare a livello mondiale reazioni di panico ingiustificate, che quando si tratta di emergenze sanitarie dovute a malattie infettive innescano “naturalmente” fenomeni di discriminazione e destabilizzazione sociale. La discussione sul ruolo dell’informazione nell’epidemia di Sars viene ricostruita in modo esemplare in un capitolo di questo libro e dovrebbe essere attentamente studiato perché le epidemie suscitano sempre incontrollabili reazioni emotive, che inevitabilmente sono amplificate e manipolate dai mezzi di informazione liberi. Quello che sembra più difficile imparare, dall’epidemia di Sars ma anche dalla storia delle altre epidemie e dai molteplici esempi di infezioni emergenti che mettono in allarme gli esperti di sanità pubblica circa il futuro della salute umana, è a ragionare sulle dinamiche epidemiologiche della malattie infettive assumendo una prospettiva evoluzionistica. Il punto di vista evoluzionistico ci insegnerebbe che siamo biologicamente vulnerabili nei riguardi degli agenti infettivi e che le epidemie sono la conseguenza di dinamiche biologico-evolutive che sfruttano i cambiamenti socioculturali e ambientali determinati dall’uomo stesso. E fornirebbe diverse indicazioni per sviluppare strategie di prevenzione e comunicazione (formazione e informazione) che, tenendo conto delle dimensioni storico-evolutive dei problemi medico sanitari e in modo particolare delle dinamiche epidemiologiche della malattie infettive, potrebbero aiutare ad anticipare meglio i rischi, a sviluppare approcci che tengano conto dei fattori genetico-evolutivi in gioco nell’interazione ospite-parassita e a favorire l’apprendimento di atteggiamenti più razionali. È probabilmente innata la tendenza della mente umana a ragionare secondo schemi di causalità rigidi, ovvero deterministicamente. In realtà molte indicazioni che emergono dagli studi di “epidemiologia evoluzionistica” suggeriscono di approcciare la lotta alle malattie infettive tenendo conto delle conoscenze sulla coevoluzione ospite-parassita, dei fattori genetici ed ecologici che influenzano il passaggio degli agenti infettivi dall’animale all’uomo, delle basi molecolari della suscettibilità e della virulenza. Insomma, l’epidemiologia delle malattie infettive e quindi la sanità pubblica non possono più prescindere dallo studio e dall’insegnamento di come i fattori sociali condizionano la diffusione della infezioni. Ovvero il ruolo dei viaggi e dei movimenti di popolazioni (migrazioni), dello sviluppo delle megalopoli, dell’introduzione di misure igieniche e profilattiche (per esempio gli effetti delle vaccinazioni sull’evoluzione della virulenza dei parassiti e la possibilità di sviluppare vaccini antivirulenza), di come i comportamenti individuali (soprattutto sessuali) possono concorrere a favorire la diffusione di agenti infettivi, del ruolo delle tecniche di produzione di cibo a livello industriale e infine dei fattori che favoriscono l’evoluzione di ceppi di agenti infettivi più virulenti (per esempio, il ruolo dell’immobilizzazione e dell’ospedalizzazione dei malati come strategia che promuove l’aumento della virulenza a parità di tasso di trasmissione dell’infezione).