NO AIDS

di Daniela Minerva e Stefano Vella

Globalizzare la salute

pagg. 192 Euro 10,00



Il "motore" dell'Aids, da Los Angeles a Milano, da Nairobi a Bangkok, è il grande movimento economico che chiamiamo globalizzazione. Trainata dalla tecnologia, la globalizzazione ha esacerbato i conflitti sociali, aumentato in misura scandalosa il divario tra Nord e Sud, devastato l'equilibrio ambientale di mezzo mondo. E ha anche dato origine alla più potente bomba sanitaria che la Terra abbia mai conosciuto: l'Aids. Nonostante tutto, però, i benefici della globalizzazione sono enormi. O meglio, lo sarebbero se si accompagnassero anche a una globalizzazione delle conquiste di cui l'Occidente va così fiero, la democrazia per esempio. E il diritto alla salute. Perché, come ha scritto l'economista indiano e premio Nobel, Amartya Sen: "La salute è tra le acquisizioni di base che dà valore alla vita umana". Globalizzare il diritto alla salute è possibile. Proprio a partire dall'Aids, che ha avuto il merito tragico di essere l'epidemia giusta al posto giusto, e di catalizzare l'interesse dei ricchi. Perché è una malattia che abbiamo conosciuto anche noi occidentali. Che ha scompigliato i fili delle nostre vite, delle nostre interazioni sociali. L'Aids non è una delle tante patologie dei poveri che noi ci vantiamo di avere storicamente superato, battendole con la nostra civiltà dell'acqua pulita, delle fogne, della chimica farmaceutica. L'Aids è con noi. E ha creato il ponte tra le nostre coscienze e le sofferenze del Sud del mondo. Così si è aperta una finestra politica e con essa la possibilità concreta di modernizzare e rendere più democratici i sistemi sanitari del sud del mondo.

Gli autori

Daniela Minerva è responsabile delle pagine di medicina del settimanale L'Espresso e membro del Consiglio direttivo del Master in comunicazione della Scienza della Sissa di Trieste. Ha pubblicato Il potere degli ingegni, con Carlo Bernardini (Sansoni, Firenze, 1992), La ricerca di Eva. Viaggio all'origine dell'uomo moderno, con Fabrizio Ardito (Giunti, Firenze, 1995) e La leggenda del santo guaritore. Il caso Di Bella (Editori Riuniti, Roma, 1998).
Stefano Vella, medico e ricercatore, è presidente della International Aids Society, dirigente di ricerca presso l'Istituto Superiore di Sanità e membro della Commissione dell'Oms incaricata di mettere a punto le Linee Guida per la terapia contro l'Hiv nel Sud del mondo. È presidente della Conferenza Internazionale sull'Aids prevista a Bangkok per il 2004.

Le prime righe del libro

Le bambine entrano dalla porticina di servizio che si apre su un vicolo maleodorante dietro la Silom Road, al centro di quel grande bordello che è il quartiere di Bagrak. Quando le vedi entrare, ti sembra che il mondo sia ancora pressoché in ordine. Bambine di Bangkok, certo diverse dalle coetanee che escono da scuola a Roma o a Londra, scalze e minute sembrano raccontare che la Thailandia arricchita della globalizzazione ha ancora molta strada da fare. Poi, dentro, oltrepassato un sudicio corridoio che si apre sulla Silom, il mondo si sconquassa. Le bambine stanno dietro a un vetro seminude, numerate, in attesa che il cliente ne scelga una. La due o la cinque o la undici, fa lo stesso, tanto nessuna ha più di quindici anni. E sono sempre diverse, cambiano continuamente, tanta è l'offerta di creature che arrivano ogni giorno dalle campagne e dai paesi vicini: la Cambogia, il Laos, la Birmania. A Bangkok arrivano da tutte le direzioni, più cambogiani, forse. Le bimbe e i bimbi birmani prendono la strada di Phuket e delle spiagge dove si scalda la più straordinaria amalgama di razze mai vista insieme in mutande nello stesso posto: thai, giapponesi, malesi, inglesi, americani, tedeschi, italiani…
La globalizzazione ha fatto della Thailandia un luogo postmoderno, con una crescita economica straordinaria e improvvisa, ha portato con sé riti e miti senza confini (la pop music e Prada, il cellulare e Tommy Highflinger), e ha aperto la strada all'Aids, il flagello che ha accompagnato gli occidentali insieme allo sviluppo (o presunto tale): 10 milioni di visitatori stranieri l'anno, un milione di persone che si prostituiscono, e, stime ufficiali, 700mila sieropositivi. Ma sono molti di più. A centinaia le bambine escono infette dai bordelli di Bangkok, Phuket, Chang Mai, Pattaya e tornano a casa, nei villaggi delle campagne thailandesi, cambogiane, birmane, portandosi dietro qualche dollaro con cui farsi una vita, e l'Hiv.
L'epidemia di Aids è emula del suo agente infettivo. L'Hiv muta, entra nei corpi sociali degli organismi che attacca e ne diviene parte, così esplode continuamente con nuove facce. L'epidemia fa lo stesso con i corpi sociali che incontra. Lo aveva fatto nella San Francisco del sesso senza confini, nella New York dei poveracci abbandonati dalla città più scintillante del mondo, a Berlino e Milano dove la vecchia Europa scioglie nell'eroina il peso di una storia troppo piena di dolore. E lo fa oggi in quell'Asia proiettata spasmodicamente verso una modernità senza democrazia, senza diritti umani, e tantomeno femminili, dove il bordello, nelle sue forme moderne di go-go bar o quant'altro, è, come lo è stato nei secoli, la metafora del sesso vissuto da culture, come quella cinese, indocinese o giapponese, diversissime tra loro, ma unite nel separare il piacere dal matrimonio, nel considerarlo unico appannaggio dell'uomo, nel coniugarlo ai gesti simbolici del pagamento e della scelta. Difficile credere che le ragazze coi capelli tinti di rosa che scodinzolano sulla Rama IV a Bangkok, o i giovanotti in doppio petto di Shangai come i loro coetanei di Singapore o Hong Kong, restino prigionieri di questa pantomima, ma le bambine delle campagne birmane, gli adolescenti cambogiani adescati nei gay bar, loro cosa ne sanno della modernità? Cosa ne sanno dello sviluppo guidato dalla tecnologia le donne che vivono nelle immense città della Gioia di Bombay o Calcutta, e che pagano i padroni dei tuguri in cui abitano con favori sessuali? E l'Aids penetra fino nel cuore dell'Asia profonda, veicolato da quel pernicioso mix di modernità sregolata e medioevo delle relazioni sociali che è oggi l'Asia della globalizzazione. Così come ha penetrato l'Africa, in tutt'altro contesto, ma con metodi simili. E con un simile vettore: ancora, lo sviluppo economico. Non ci sono stati untori in doppio petto o brachette da turista in Africa. Anzi, il virus era già lì da almeno cinquant'anni, quando l'epidemia ha colpito l'Occidente. Nessuno se ne era accorto perché, comunque, gli africani morivano giovani e spesso senza diagnosi, Aids o non Aids. Poi, in certi paesi come il Sudafrica, il Botswana, il Kenya, la Nigeria, la vita media si è allungata.
Contemporaneamente, lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo si è fatto più intenso e ha portato un maggior numero di uomini nelle miniere, lontano da casa e vicino alle prostitute. Ha incrementato il flusso di merci lungo le poche e polverose arterie che percorrono il continente e che sono diventate le direttrici di diffusione dell'Hiv. È lungo queste strade che nell'ultimo decennio sono sorti, come tracce straccione del presunto sviluppo, villaggi, o meglio nuclei di baracche che offrono tchai, brodaglie di riso e montone, banane e sesso. Le donne arrivano fin qui dai villaggi dell'entroterra spinte dal bisogno ma anche da quella voglia di nuovo che, timidamente e confusamente, ha preso molti giovani africani. Loro rincorrono così l'eco del miraggio di benessere trasportato su quegli stessi camion, lungo quelle stesse strade. Insieme all'Hiv.
Grandi città come Lagos, Nairobi, Dakar, Kinshasa sono diventate megalopoli di baracche piene di disperati attirati dal miraggio della città; ancora, della modernità.
E questo rimescolamento di genti ha fatto da brodo di coltura per l'Hiv, che in Africa si è pasciuto della promiscuità sessuale connaturata a molte culture africane. O meglio: così si è voluto pensare con un'ottica eurocentrica, ma chi sarebbe pronto a giurare che si possa parlare di promiscuità, e non invece di povertà endemica, di fronte alle decine di ragazze che attendono gli uomini ai bordi del Lago Vittoria, pronte a offrire sesso ristoratore dopo le fatiche della pesca, in cambio di un po' di pesce? Con uno sguardo più attento forse ci accorgeremmo che sono povertà e arretratezza, e non libertà erotiche, a spingere sull'acceleratore dell'epidemia: il parziale fallimento delle campagne di prevenzione meccanica in Africa non ha altra causa se non la solida convinzione dei mariti che se una moglie chiede il condom vuol dire che è una puttana. E a fare da traino alla propagazione del virus sono state anche pratiche crudeli, come la predilezione degli uomini per le vagine asciutte, e la subalternità delle donne che usano poltiglie di erbe capaci di assorbire i liquidi vaginali prima del rapporto. È stata la piaga delle violenze sessuali: in Sudafrica si stima che siano un milione l'anno. Una situazione che in parte spiega perché, come ci dicono gli epidemiologi, nell'Africa subsahariana il tasso di sieropositività si attesta tra il 17 e il 22 per cento tra le ragazze di 17-20 anni, mentre non supera il 7 per cento tra i coetanei maschi.
La maggiore vulnerabilità biologica delle donne, dovuta in buona misura alla copresenza di infezioni sessualmente trasmesse che aumenta la potenzialità infettiva di Hiv, da sola non spiegherebbe perché in Africa, e in tutti i paesi poveri, l'Aids è una malattia che colpisce in misura drammaticamente maggiore il genere femminile.
Ci tocca, a questo punto, aprire una finestra su un tema che ritornerà quando affronteremo la questione della prevenzione: i rapporti di genere nelle società in via di sviluppo, o meglio, in via di modernizzazione. Proviamo a figurarci un villaggio africano verso la metà del XIX secolo, e confrontiamo ciò che vediamo con le città borghesi figlie della stessa epoca in Europa: con la Londra vittoriana dove ogni gentiluomo aveva a disposizione circa due prostitute e mezzo per il piacere e una consorte per il dovere; con la Parigi positivista tutta presa dal culto della ragione e delle magnifiche sorti progressive della scienza; con la Madrid cattolica e tradizionalista dei conventi e delle chiese. Spostiamo lo sguardo su un piccolo nucleo rurale senza regole scritte né dogmi ippocratici, che fonda la sua stabilità e la sua sopravvivenza (anche sanitaria) su un insieme complesso di regole sociali.

La stampa

"'Un libro coraggioso', lo ha definito Giovanni Berlinguer, presidente onorario della Consulta di Bioetica, durante la conferenza stampa di presentazione tenutasi oggi presso la sala stampa estera a Roma. E' No Aids Globalizzare la salute, un volume ben scritto e ottimamente documentato..."
(Galileo, luglio 2002)

Ne hanno parlato

Il Messaggero 6 luglio 2002, Anna 13 agosto 2002, L'Unità 6 luglio 2002, Venerdì di Repubblica 5 luglio 2002, Ansa lancio del 6 luglio 2002, Repubblica 7 luglio 2002, Adn Kronos lancio del 6 luglio 2002, Gr1 5 luglio 2002, Tg3 6 luglio 2002, Galileo luglio 2002.



PIRAMIDE D'ORO

di Roberto Giovannini e Davide Orecchio

Realtà e miti del multilevel marketing

pagg. 176 Euro 10,00



Cosa aspettate, stupidi, a diventare ricchi? Questa potrebbe essere definita la filosofia fondante del Multilevel Marketing o struttura di vendita piramidale. Nell'adorazione del profitto ad ogni costo, facile e senza rischi, si sono moltiplicate nel corso degli ultimi anni le proposte di questo "innovativo" metodo di vendita: dai prodotti di Herbalife al caso Mendella con ReteMia, dalle più ingenue formule di catene di S. Antonio all'attuale reclutamento dei venditori di contratti telefonici per Infostrada. Al di là delle forti perplessità, matematiche ed etiche, che questa formula economica propone, da un punto di visto pratico, funziona? E cos'è esattamente il Mlm? Si tratta di una formula di vendita nata negli Stati Uniti circa cinquant'anni fa, che ha trovato negli ultimi anni terreno particolarmente fertile nel nostro Paese. Sono catene gerarchiche di vendita nelle quali chi desidera entrare a far parte dell'organizzazione deve versare una certa somma alla persona che lo introduce o alla società; successivamente, se riesce a trovare un certo numero di nuovi partecipanti, recupera le somme investite e si candida, teoricamente, a incamerare lauti guadagni.

Gli autori

Roberto Giovannini, giornalista professionista, si occupa di economia nella redazione della Stampà. È autore di inchieste e saggi su temi economici di attualità. Davide Orecchio, giornalista, si occupa da diversi anni di economia e lavoro come redattore di Rassegna sindacale, il settimanale della Cgil.

Motivazioni d'acquisto

Il tema è di grande attualità in quanto il modello Multilevel Marketing si sta diffondendo rapidamente nel nostro Paese (Millionaire, Infostrada, Amway...) creando spesso polemiche tra acerrimi detrattori e convinti sostenitori.

Le prime righe del libro

Dalla prefazione di Paolo Leon
Questo libro insegna una cosa che sapevamo, ma che abbiamo dimenticato: ogni attività volta al profitto nasconde un possibile inganno. A me sembra lampante, dalla ricognizione di Giovannini e Orecchio, come le alterne vicende del multilevel marketing (mlm) siano strettamente legate al suo potenziale truffaldino. L'ambiguità nel rivelare la sede del profitto, ovvero il fatto che non si sappia se il singolo partecipante guadagna dall'attività commerciale o dalla catena di Sant'Antonio che le è legata, è anche la causa del successo iniziale e del fallimento successivo di questa forma di vendita. Qualcuno dirà che il mlm è il tipico costo che occorre subire per poter godere dei vantaggi del mercato, e c'è del vero in questa affermazione. Se è così, tuttavia, è anche vero che c'è un po' di mlm in qualsiasi tipo di vendita, anzi di scambio. Il mercato internazionale dei capitali, ad esempio, ha legittimato la vendita di titoli azionari e obbligazionari (spesso chiamati titoli "spazzatura") cui non corrisponde altro che un'aspettativa fondata sulla speranza di moltiplicare le vendite degli stessi titoli (e perciò a prezzi crescenti) ad un numero sempre nuovo e maggiore di investitori. Quando il guadagno deriva da un tale meccanismo, la regola del gioco favorisce i promotori che partecipano fin dall'inizio e che sono in grado di fuggire un minuto prima dell'inevitabile crollo: la rovina colpisce tutti gli altri partecipanti, con precisione matematica, come illustrano brillantemente gli autori in questo libro. È innegabile il fascino esercitato dalle catene di Sant'Antonio, soprattutto quando sono nobilitate nella pratica del mlm: non ammiriamo tanto la genialità dei promotori nell'elaborare gigantesche (quanto traballanti) costruzioni economico-finanziarie, ma soprattutto la loro capacità di generare nuove forme di scambio e talvolta valori effettivi (ma sempre molto piccoli, rispetto a quelli promessi) - come è il caso degli indirizzari dei loro clienti/venditori.
L'evoluzione dell'economia non è sempre spiegata dai comportamenti virtuosi ed egoistici del pietismo protestante: la crescita economica, con le sue funzioni esponenziali, è lì ad indicare che l'economia si muove sublimando i singoli individui, e operando "miracoli" (il New Deal, il Piano Marshall, il miracolo italiano, la crescita giapponese, la crescita Usa degli anni Novanta). Poiché ciascuno di noi ha un Rabelais nascosto in una parte del cervello, niente di più facile per qualcuno, con buoni poteri organizzativi o con personale magnetismo, far credere che i miracoli collettivi siano anche alla portata dei singoli individui.
Giovannini e Orecchio descrivono anche le politiche pubbliche destinate a regolare il fenomeno del mlm, e non vi è dubbio che, in assenza, ciò che resta un fenomeno rilevante ma marginale, può portare danni gravi alle economie. È proprio questo aspetto che interessa: il mlm non è affatto vietato, anche se la sua attrattiva poggia sull'ambiguità e anche se è possibile interpretare le norme in modo da accentuare tale caratteristica. La mia impressione è che i legislatori siano a loro volta affascinati dal fenomeno, e sperino che il mercato, per qualche stranezza della sorte, faccia scaturire dal mlm un nuovo reale benessere. Ma forse c'è un'altra astuzia: è bene che di tanto in tanto il mercato riveli le sue debolezze, perché in questo modo si legittima il regolatore. Anche l'esercizio del potere è un gioco, e tra chi lo esercita e chi lo truffa c'è pur sempre un rapporto.

La stampa

"Se la piramide è d'oro, le sue origini sono certamente d'argilla. O almeno così sembrano pensarla Roberto Giovanni e Davide Orecchio che, pazientemente, hanno spulciato ogni angolo del Multilevel marketing per raccontare miti e realtà di quel rivoluzionario metodo di vendida che, se ha fatto diventare ricco qualcuno, ha sicuramente impoverito molti."
(Repubblica.it, 22 luglio 2002)

Ne hanno parlato

Radio Kiss Kiss intervista del 16 luglio 2002, TuttoLibri (La Stampa) 6 luglio 2002, Carta luglio 2002, Il Messaggero 28 luglio 2002, IlNuovo.it 22 luglio 2002, Repubblica.it 22 luglio 2002, Il Manifesto 27 giugno 2002.



AUTOGOL

di Riccardo Liguori e Massimo Vincenzio

Il campionato ha fatto crac

Prefazione di Walter Veltroni

pagg. 176 Euro 10,00



Fino a pochi anni fa era giudicato il campionato più bello del mondo. Oggi attraversa una crisi finanziaria senza precedenti. Dalla sfrenata corsa all'oro della fine degli anni Ottanta e Novanta alla Grande Crisi: il gioco più amato dagli italiani si è fatto il più clamoroso degli autogol, trasformandosi in una fabbrica sull'orlo della bancarotta, paralizzata dalle liti e dai debiti. Colpa di chi? Pochi grandi club in grado di sopravvivere, gli altri destinati a un lento declino. Sarà questo il calcio del futuro? Non necessariamente. Le strade per uscire dalla crisi ci sono, ma i signori del pallone sapranno vederle?

Gli autori

Riccardo Liguori, 43 anni, giornalista. Ha lavorato all'Unità come capo della redazione economica. Dal 1999 è a Repubblica. Dopo due anni al giornale online, è attualmente alla redazione politica.
Massimo Vincenzi, 31 anni, giornalista. Ha lavorato alla Gazzetta di Mantova come capo della redazione sportiva. Dal gennaio 2000 è a Repubblica. Per il giornale online ha seguito da inviato i Mondiali in Giappone e Corea.

Motivazioni d'acquisto


Le prime righe del libro

L'estate appena trascorsa sembra aver portato a galla tutti i problemi che da tempo gravavano sul mondo del calcio nostrano. Fallimenti societari erano già accaduti nel campo professionistico, ma la cancellazione dal quadro delle squadre di serie A di una società antica e gloriosa come la Fiorentina ha davvero un valore particolare. Così come un problema di gestione economica complessiva dei nostri maggiori campionati ha causato, per la prima volta, lo storico rinvio dell'inizio dei tornei.
È successo qualcosa, dunque. Qualcosa che è un segnale preoccupante di cedimento di un sistema e di un movimento che non è solo legato a temi economici, ma che è profondamente radicato nella nostra tradizione e nella nostra cultura.
Io credo di essere una di quelle persone che, al di là dei motivi strettamente legati alla professione di politico e amministratore, ha sempre considerato il calcio, come tutto lo sport, un mezzo fondamentale di socializzazione, di educazione, di trasmissione di cultura.
Un profondo amore mi lega a questo gioco. La passione, la sua magia, certo, ma anche i colori, i suoni e le persone che lo hanno attraversato. E non necessariamente i campioni. Non necessariamente i Riva "rombo-di-tuono" o i Sivori dai calzettoni arrotolati sulle caviglie di quando ero ragazzo, come i Baggio "codino magico" o i Totti "re di Roma", ma anche quei ragazzi che, chiamandosi magari con gli stessi nomi dei campioni, giocavano a pallone sui campetti di periferia o degli oratori. Forse ogni tanto bisognerebbe tenere a mente che il calcio, il nostro calcio, comincia da lì, e solo dopo va a finire negli stadi e sulle televisioni. Detto questo, dopo essersi guardati dentro, bisogna guardare fuori, e rendersi conto di come il calcio di oggi non sia davvero più quello di un tempo. Di come non possa più essere quello di un tempo: il mondo dello sport, e del calcio in particolare, non è un mondo che vive su un pianeta lontano, ma è di questo mondo, e di questo mondo ne è in qualche modo uno specchio fedele.
In altre parole, non si può pretendere che da un mondo frettoloso, superficiale e un po' cialtrone possa nascere un movimento sportivo attento, profondo e lungimirante. Specialmente dal mondo del calcio, che di tutto il movimento sportivo è senz'altro quello più esposto ai venti di una modernità che lascia così poco spazio alla poesia e alla fantasia. Venti che, detto con chiarezza, sono soprattutto venti di denaro, o per dirla in maniera più manageriale, di business.
Forse qui sta una delle peculiarità del movimento calcistico. Il fatto che esso, su una base profondamente ludica ed emozionale, su una peculiarità che è persino artistica e aleatoria, si è costruito un sistema che oggi si deve inserire in un quadro economico complesso, dalle regole ferree, spietate, legate al dovere di organizzazione economica, programmazione, estrema serietà e oculatezza negli investimenti. Regole legate a parametri che non sembrerebbero avere nulla in comune con le qualità fondanti di un gioco che, se in apparenza si richiama a strutture di gestione tipiche dell'ambiente manageriale, ha ancora comunque dentro di sé forti componenti passionali e irrazionali che stridono con strutture di società quotate in Borsa.
Da più di una parte si è considerata questa anomalia. Ricordo una storica definizione apparsa sul Guerin Sportivo che parlava dei presidenti delle società di calcio degli anni Sessanta come "ricchi scemi", persone che "compravano" e gestivano una squadra di calcio come un proprio giocattolo personale. Il quadro oggi è cambiato e molte società sono presiedute, e dirette, da persone che hanno grande competenza e successo nel campo finanziario ed economico, avendo dato dunque dimostrazione di una capacità e un'oculatezza che sembrano perdersi nel momento in cui le stesse persone si occupano di gestire gli affari del calcio.
Non credo, infatti, che nessuna di queste accetterebbe, nel mondo delle loro aziende, di mantenere costi di gestione così alti a fronte del budget di cui dispone, usando artifici contabili banali (come le plusvalenze o le rateizzazioni) per tenere a galla dei bilanci sempre sul filo della bancarotta. Metodi che, come si è visto nelle settimane scorse, traballano, rischiano di esplodere e di travolgere tutto il sistema.
La televisione, in questo meccanismo, ha assunto un peso davvero decisivo: gli introiti che assicurano i diritti televisivi alle società, sia per le trasmissioni in chiaro come per quelle criptate, sono di gran lunga superiori a quelli realizzati con il "classico" biglietto dello stadio. È un altro sintomo dei tempi: lo slittamento progressivo verso il "virtuale", a sfavore dell'evento vissuto dal vivo. Non starò a dilungarmi su quello che comporta questo mutamento, questo trasferimento delle folle dello stadio verso il video, un cambiamento che incide in maniera forte sul modo di "vedere" la partita, ma probabilmente anche in quello di "farla". Tutto è sempre più mediatico, filmico, pulito dagli odori e dai sapori dello stadio, che sono, davvero, un'altra cosa. Basterebbe leggere quanto su questo tema ha scritto Sandro Onofri in molti suoi interventi sull'Unità, oggi raccolti in un bel libro con il titolo Cose che succedono.
Questa estate, la spartizione dei diritti televisivi è stato uno dei temi al centro della polemica tra le società. Ho trovato questa polemica estremamente significativa, perché la sua origine e il suo sviluppo indicano una tendenza a mio avviso preoccupante. All'origine della discordia, infatti, sta il progressivo perdersi di un concetto che, per migliorare il futuro del nostro calcio, secondo me sarebbe stato essenziale e positivo ampliare. Mi riferisco al concetto di mutualità, alla reciprocità cui sono legate tra loro le società che partecipano ai vari tornei. Intanto perché il calcio non è uno sport che si esprime esclusivamente su un evento di singoli. È soprattutto un gioco di squadra, e di squadre tra squadre, e ogni squadra che partecipa a una competizione è una protagonista, e come tale è essenziale all'esistenza di quella competizione.
Nei primi anni dell'avvento delle pay tv, i diritti venivano spartiti secondo un criterio che sottendeva a questo principio, per cui l'ammontare totale veniva trattato globalmente con le emittenti, e poi diviso tra i partecipanti. Da qualche anno è prevalsa la tendenza a rendere estranee le società da ogni rapporto economico mutuale tra loro, con il risultato evidente che le squadre minori hanno perso parte della loro forza contrattuale, mentre i diritti sono stati accaparrati dalle società maggiori, basandosi sul concetto assoluto dell'audience.
Ancora una volta il mondo del calcio ha dimostrato più che mai di essere specchio di questo mondo, dove ogni nostro agire pubblico sembra sottostare a questioni di audience, nel quale ogni aspetto, dalla politica alla vita privata, pare essere trattato come prodotto commerciabile.
Il problema è che il calcio è un prodotto del tutto particolare, le cui componenti sono oggetto di un affetto e di un seguito davvero peculiare, la cui "commerciabilità", dunque, non riesce a sottostare passivamente alle stesse precise regole cui sottostanno altri prodotti. È probabilmente questa particolarità che fa "saltare" ogni previsione, che trasfigura seri manager, li induce in investimenti improbabili, provoca violenti sconquassi.
Il radicalizzarsi di questa tendenza a rendere "commerciabile" il gioco del pallone ha profondamente mutato tradizioni e punti di riferimento che erano davvero essenziali: dalle rose delle squadre allargate all'inverosimile alle maglie cambiate ogni stagione, dalle partite "spalmate" sull'intero arco della settimana alle pazze campagne di mercato. Credo allora che sia giusto chiedersi se questa tendenza, per alcuni inevitabile, non rischi di snaturare troppo un gioco che ha l'indubbio merito di essere quasi universale, di essere, per la sua semplicità e la sua imprevedibilità, un formidabile mezzo di comunicazione tra le persone. In tutto il mondo.
La tendenza oggi in atto rafforza soprattutto le squadre già forti, relegando le altre a un ruolo di comprimarie, affermando quasi esclusivamente valori che, a mio avviso, rischiano di portare tutto il movimento del calcio verso una trasformazione talmente grande da far rischiare la perdita di identità.
Questa tendenza ha già portato a una Champions League che, ammettendo anche fino alla quarta classificata, è qualcosa di molto diverso dalla classica Coppa dei Campioni, e dal suo fascino dell'eliminazione diretta; e, sempre su questa base, già si comincia a parlare di una sorta di Superlega formata dalle squadre più prestigiose. Quelle con più audience, per capirci.
Tutto è allora possibile e, radicalizzando su questa strada, si può arrivare a rendere concreti i progetti di quei dirigenti internazionali che parlano di porte allargate, partite di quattro tempi e altre amenità varie. La mia paura, e quella di molti altri, è dunque vedere il calcio imboccare una strada che non appartiene alla sua tradizione, arrivando a diventare qualcosa di assai differente dallo splendido gioco che conoscevamo. Se non sapremo difendere il concetto della mutualità tra le società, l'incredibile fascino di un campionato dove la Roma o la Juventus si scontrano con il Chievo o il Modena e possono uscire sconfitti non avrà più occasione di esistere; e, come è successo in Francia recentemente, non vedremo più i dilettanti del Calais rischiare di vincere una Coppa contro i campioni del Nantes.
Quello che mi preoccupa è proprio il fatto che dietro il Chievo, il Modena o il Calais ci sono comunità, persone, vite che legano alla loro squadra una parte della loro storia, e la speranza fondamentale che lo sport ha sempre sostenuto, cioè che a parità di regole anche il più piccolo può prevalere. Sono inoltre convinto che, anche dal punto di vista commerciale, continuare su questa tendenza, verso queste conseguenze, possa realmente non pagare, poiché è proprio la possibilità di questa complementarietà che rende appetibili e affascinanti i nostri tornei.
Credo, allora, che il mondo del calcio dovrebbe interrogarsi a fondo su questa eventualità, e considerare come più utile il ritorno a una certa mutualità e a una differente spartizione dei proventi derivanti dai diritti televisivi, con una redistribuzione delle risorse all'interno che certamente sarebbe un elemento di calmieramento della situazione.
Un'ultima considerazione: il calcio continua a vivere grazie a un capitale enorme, un capitale fatto di passione, di sogni, di amore. Tutta merce poco commerciabile, merce che andrebbe tenuta in magazzino e considerata con più attenzione. Io credo anche con più serietà, intendendo per serietà proprio il rispetto di quanto gli innumerevoli appassionati di una squadra vi ripongono. Il calcio è, in fondo, tutto qui, in quella serietà e passione con cui da bambini si correva dietro a un pallone. In cui poeti come Pier Paolo Pasolini esprimevano la loro grande passione, così come facevano con la scrittura, perché il calcio è realmente un linguaggio universale con il quale ognuno di noi può scrivere la propria storia.

La stampa

"Tutto regolare lo dice l'inchiesta e ne siamo lietissimi, abbiamo già troppe cose per la testa, compreso il parere-Covisoc che per anni ha trovato regolari tutti i bilanci del calcio. Sul repentino sfascio, altra segnalazione di libro che fa capire: Autogol! di Riccardo Liguori e Massimo Vincenzi (ed. Avverbi). Sottotitolo: Il campionato ha fatto crac. Chiaro, agile, voto sette..." .
(Gianni Mura Repubblica, 8 dicembre 2002)

Ne hanno parlato

Ansa lancio del 20 ottobre 2002, Repubblica.it 19 ottobre 2002, Messaggero 29 ottobre 2002, Radio Rai2 5 novembre 2002, Repubblica 8 dicembre 2002.