SHERLOCK HOLMES E IL CASO DEL DOTTOR FREUD

di Michael Shepherd

prefazione di Pierluigi Morosini
e Michele Tansella

pagg. 128 Euro 7,00




L' autore

Michael Shepherd, morto nel 1996, è stato uno dei più influenti psichiatri a livello mondiale, fondatore della psichiatria sociale e dell'epidemiologia psichiatrica, padre e direttore fino alla fine della sua vita di Psychological Medicine, la prestigiosa rivista europea di psichiatria sociale e di valutazione dei servizi di salute mentale.

Le prime righe del libro

Ho avuto l'onore e il privilegio di frequentarlo quando, ormai in pensione, era più disponibile a tenere seminari e conferenze. Era un uomo di eccezionale garbo, signorilità e chiarezza. Nel mondo della psichiatria sociale era noto per la sua rara intelligenza e grande lucidità, per la sua creatività nel disegnare studi che potessero rendere più chiare le ipotesi di ricerca e per una certa intolleranza nei confronti delle teorizzazioni astratte e del linguaggio oscuro e confuso che era ed è ancora molto comune in psicologia e psichiatria. Ma di lui si conoscevano anche la vastissima cultura letteraria e altre qualità forse ancora più importanti dell'intelligenza, della competenza e della cultura: era, come ho già accennato, un uomo affabile, generoso, privo di qualunque spocchia, in più scriveva bene ed era spiritoso, con una forte tendenza all'ironia e punte di sarcasmo ormai indugente. Dicono che sapesse far ridere a crepapelle facendo le imitazioni dei suoi colleghi più noti. E lo spirito è una qualità rara tra le persone molto colte.
Nel leggere questo libro non mi sono quindi meravigliato di trovarmi più volte a condividere il giudizio espresso da Leon Hesenberg, professore di psichiatria a Harvard, nella prefazione alla raccolta antologica del 1998 degli scritti di Shepherd: "Chi ha avuto l'accortezza di comprare questo volume o la fortuna di riceverlo in dono ha la possibilità di avere un'avventura intellettuale insolita: l'incontro con una mente di prima qualità".
Questo lavoro, come molti altri suoi scritti, è illuminato da un grazia di stile che non è comune negli psichiatri e nei ricercatori e che rivela il lato sardonico e scherzoso di Shepherd (la traduzione italiana non riesce a rendere bene la finezza e l'eleganza del suo inglese). Shepherd ha scritto non solo un piccolo trattato di epistemologia, ma anche una garbata e al tempo stesso implacabile presa in giro, un gioiello di ironia, uno scherzo divertito e leggero ma penetrante, un brillante jeu d'esprit, come lo chiama lui.
Nel mondo della psichiatria e della psicologia anglosassone, già da tempo le teorie di Freud vengono considerate sostanzialmente infondate, anche se frutto delle speculazioni di una mente brillante. I metodi classici della psicoanalisi (interpretazioni dei sogni, associazioni libere, analisi del transfert) sono generalmente considerati di dubbia utilità e comunque di durata troppo lunga in rapporto ai risultati ottenuti. Per una convincente rassegna, basta consultare il capolavoro di Richard Webster, Why Freud was wrong: sin, science and psychoanalysis. Anche in Italia sono state scritte e tradotte opere molto critiche che avrebbero potuto diminuire il numero di psicoanalisti freudiani e il prestigio di cui ancora godono, soprattutto nel mondo letterario e tra la maggior parte dei giornalisti, se le convinzioni non dipendessero così fortemente dall'educazione ricevuta e se le persone accettassero di correre il rischio di leggere con attenzione qualcosa che potrebbe non confermare le loro idee.
Basti pensare al saggio di Adolf Grünbaum Psicoanalisi: obiezioni e risposte, o al più recente Il caso Marilyn M. e altri disastri della psicoanalisi di Luciano Mecacci, dove l'autore sostiene che è possibile considerare i casi clinici freudiani come prodotto artificioso di un processo di ricostruzione da parte dello stesso Freud.
Lucidi e per me definitivi attacchi alle principali teorie freudiane, dall'interno del mondo della psicoanalisi, sono stati mossi da Giordano Fossa nella splendida opera La psicologia dinamica: un'eredità del XX secolo. In particolare è implacabile la demolizione: a) delle principali teorie freudiane che riguardano l'inconscio, denominate da questo autore teorie "dell'oggetto archeologico", "dell'oggetto oracolare" e "del binario sovrapposto"; b) della teoria della regressione infantile; c) della tesi che la catarsi suscitata dal recupero della consapevolezza di conflitti del passato remoto porti alla guarigione.

La stampa

"Non sempre i libri che si recensiscono sono anche quelli che consiglieremmo ai nostri amici, ma talora, perbacco, questo accade. E' il caso del libretto di Michael Shepherd, Sherlock Holmes e il caso del dottor Freud, pubblicato in Gran Bretagna nel 1995 e tradotto solo ora in Italia, da Avverbi"
(TuttoLibri, La Stampa, 13 luglio 2002)

Ne hanno parlato

L'Unità 3 maggio 2002, Espresso 21 marzo 2002, Venerdì di Repubblica (Corrado Augias) 12 aprile 2002, Panorama 13 giugno 2002, TuttoLibri (La Stampa)13 luglio 2002.



11 SETTEMBRE LEGGENDE DI GUERRA

di Paolo Toselli

pagg. 160 Euro 7,00




L' autore

Paolo Toselli si occupa di leggende metropolitane dal 1990 quando ha fondato in Italia il "Centro per la Raccolta delle Voci e Leggende Contemporanee". Ha scritto La famosa invasione delle vipere volanti (Sonzogno, 1994) e Di bocca in bocca nella raccolta Non ci casco (Stampa Alternativa, 1996). È consulente di numerosi programmi radiotelevisivi sul folklore urbano.

Le prime righe del libro

Immediatamente dopo i tragici eventi dell'11 settembre 2001 - la distruzione delle Torri Gemelle a New York e di un'ala del Pentagono a Washington, con le migliaia di morti tra chi stava svolgendo il proprio lavoro in quegli edifici, i passeggeri e gli equipaggi dei tre aerei dirottati, e gli stessi soccorritori - sono stati in molti a paventare lo spettro di una terza guerra mondiale.
Il mondo intero era sotto shock. Nessuno, sino a un attimo prima, avrebbe immaginato che tutto ciò sarebbe potuto accadere. Eppure l'avevamo tutti davanti agli occhi: non era un incubo, ma la dura realtà.
Di fronte a simili eventi l'uomo ha bisogno di certezze, speranze e spiegazioni. Quando queste sono assenti, o poco convincenti, nascono e proliferano le leggende contemporanee, brevi racconti con un messaggio implicito, una morale nascosta in cui ci si può ritrovare. "Per un avvenimento eccezionale, cerchiamo cause eccezionali", spiega Véronique Campion-Vincent, ricercatrice al Cnrs (Centre national de la recherche scientifique), in un'intervista al settimanale francese Marianne del 4 novembre 2001. E conferma: "Le voci in tempo di guerra sono innumerevoli". Cosí, per dare un senso a ciò che ci sfugge, possiamo arrivare al punto di spostare nell'irrazionale le cose piú serie al mondo.
Le nuove leggende, che ormai è uso comune chiamare "metropolitane", nascono da discussioni collettive, nei bar, a scuola, nei luoghi di lavoro, nei negozi, nelle piazze, su Internet. Non si saprà mai, o quasi, chi è stato il primo a diffonderle, e in ciò assomigliano alle barzellette, di cui condividono la velocità di diffusione. A prima vista può apparire improbabile che si continui a creare leggende in un'epoca come la nostra. Basta però un momento di riflessione per accorgersi di quante storie, quante voci - strane, affascinanti, ma prive di qualsiasi verifica - giungano di continuo alle nostre orecchie.
Le leggende esistono in quanto tali, e la loro forza consiste nell'essere credute vere. Una volta che se ne scopre la non corrispondenza a un episodio reale, le storie perdono la loro funzione principale. Il segreto è nascosto in noi stessi: la leggenda esiste in quanto noi vi crediamo. Questa è la sua funzione. Le "voci metropolitane" non sono soltanto storie da scambiare nei bar o nei salotti. Sono modalità sociali di adattamento a una realtà in parte negativa, ma anche fonti di mutamento dei comportamenti collettivi.
Dopo la prima guerra mondiale, gli studiosi impegnati nel campo della psicologia della testimonianza hanno formalizzato le loro ricerche sulle voci e sui racconti prodotti in tempo di guerra. Dopo la pubblicazione dell'opuscolo redatto dal gesuita tedesco Bernhard Duhr sulle Kriegsmärchen (le "favole di guerra"), il sociologo belga Fernand van Langenhove condusse una ricerca approfondita sui molteplici racconti di provenienza tedesca che accusavano la popolazione belga, ritenuta fanatizzata dal clero, di avere commesso atrocità contro i soldati nemici. Nel 1919, il celebre linguista francese Albert Dauzat pubblicò un libro che raccoglieva le voci e le storie sovrannaturali circolate durante la Grande guerra.

La stampa

"Paolo Toselli, cultore del genere della leggenda metropolitana, in questa sua ultima fatica 11 settembre leggende di guerra, setaccia e seleziona da quella cava inesauribile di balle perpetuamente rinnovabili che è Internet..."
(da Il Giornale, 11 luglio 2002)

Ne hanno parlato

Uno Mattina (Rai1) 11 settembre 2002, Il Salvagente maggio 2002, La Stampa 20 agosto 2002, Il Giornale 11 luglio 2002, RaiLibro.it giugno 2002, Alice.it settembre 2002.



FIGLI DI UN DIO TIRANNO

di Chiara Bini e Patrizia

Dieci storie di fuoriusciti da gruppi religiosi

pagg. 144 Euro 10,00




Da qualche anno è stato lanciato l'allarme sulla crescente diffusione nel nostro Paese di gruppi e sette religiose "estreme". Anche le cronache recenti hanno riferito di drammatiche condizioni di vita e di situazioni di completo "controllo mentale" presenti in questi gruppi.
Dalle atmosfere esotiche dei gruppi induisti, a quelle penitenziali degli integralisti cristiani, il libro racconta il difficile percorso di dieci adepti che sono riusciti a liberarsi dalle catene di controllo per approdare ad una nuova libertà personale.

Gli Autori

Chiara Bini è una giornalista che si occupa da anni di nuovi gruppi religiosi. Patrizia Santovecchi è riuscita anni fa ad uscire da un gruppo religioso e oggi si occupa di sostegno ai fuoriusciti e alle loro famiglie.

Le prime righe del libro

Ci siamo conosciute una mattina dopo esserci date appuntamento per telefono. La giornalista voleva incontrare la responsabile di quel consultorio così nuovo di cui ancora ben pochi avevano sentito parlare ma che ogni giorno raccoglieva appelli di persone in difficoltà. L'intervista, senza che ce ne rendessimo conto, si trasformò presto in una conversazione che ci tenne inchiodate al divano tutta la mattina.
Altro che articolo, quanto materiale interessante avevamo nelle mani. "Ma qui ci viene fuori un libro", uno sguardo d'intesa e l'idea scattò all'unisono. Come la nostra amicizia.
Che tipo di libro? Fatto di storie vere, che desse voce a esperienze che fino ad allora erano state vissute solo nel segreto di sofferti colloqui privati, ma che adesso chiedevano legittimo riconoscimento. Non per pietà o commiserazione ma per desiderio di giustizia, innanzitutto quella dell'informazione. Seppur consumate in ambienti e contesti diversi, dal Nord al Sud d'Italia, con protagonisti di ogni età ed estrazione sociale, i drammi che si celavano dietro quelle storie erano accomunate da uno stesso epilogo. Erano i fili di una fitta rete di simboli, credenze, parole e pratiche diverse che parificava gli individui indipendentemente dalle loro identità primarie, etiche, culturali e religiose. Non importava che qualcuno avesse riposto fiducia in un ciondolo piuttosto che in un rosario, in un'organizzazione piuttosto che in un "maestro": ognuno alla fine si era scoperto sconfitto e deluso in un sistema dove aveva perso se stesso.
A quel punto, lo sforzo di ritrovarsi e ricominciare era stato così forte da spingerlo a far conoscere la sua vicenda a un pubblico che fosse il più vasto possibile, chiedendo che il suo dolore non rimanesse inascoltato. Abbiamo accolto questo desiderio. Senza entrare nel merito e senza scegliere quindi un'organizzazione o un gruppo in particolare, abbiamo raccolto il racconto di dieci persone. Alcune di loro hanno avuto a che fare con conflitti interiori, altre addirittura con esperienze tanto forti che alla fine il leader del gruppo è andato incontro a conseguenze di tipo penale. Ci siamo trovate davanti a donne e uomini provati che volevano sì testimoniare a tutti i costi quello che avevano passato, ma erano anche frenati dalla paura. Un sentimento dettato da retaggi ancora non del tutto eliminati, dalle minacce, dal terrore di essere riconosciuti. Da qui è nata la necessità di garantire l'anonimato a tutti i nostri protagonisti, inserendo, là dove ce ne fosse stata la necessità, nomi di fantasia ed evitando di citare i luoghi dove si sono svolti realmente i fatti. Per cautela, la storia "La Pastora con la Ventiquattrore" addirittura non menziona neppure il nome del gruppo. Nonostante le molte difficoltà, ma grazie alla disponibilità di chi si è messo in gioco raccontando le pagine più buie della sua esistenza, abbiamo avuto la possibilità di dare spazio a spaccati di vita che a volte, purtroppo, emergono solo quando divengono cronaca nera. Sono circa mille i culti esistenti nel nostro Paese, un censimento molto fluido perché frequenti sono le nascite e le morti di certi gruppi, così come le scissioni, che generano a loro volta nuove diramazioni. Si stima comunque che gli adepti si aggirino sui due milioni e mezzo. Una schiera sommersa che percorre in modo trasversale ogni strato della società e che si stima coinvolga in maniera diretta otto milioni circa di familiari. La spinta verso le dottrine salvifiche e i gruppi che fanno proselitismo ha a che fare soprattutto con lo stile di vita, lo sviluppo socio-politico, la condizione psicologica.
Sono soprattutto le persone sensibili e idealiste - non già le più "deboli", come spesso si ritiene - a lasciarsi entusiasmare dalle utopie di gruppi assolutisti; persone che cercano altri, e alti, valori, un significato di vita immortale, persone che si scontrano con un mondo dove il successo sembra essere la misura di tutto, senza offrire, ai loro occhi, lo spazio sufficiente al senso religioso. Senza la disponibilità di questa ampia cerchia di popolazione, i fondatori dei culti si troverebbero davanti a tribune deserte. In realtà la nostra epoca, contrassegnata dalla carenza di certezze da una parte e dalla forte esigenza di risposte dall'altra, produce continue richieste di spiritualità, armonia interiore e speranza. Uno scenario che induce a pensare che il momento d'oro per i "nuovi maestri" debba ancora arrivare.
Mentre questa sorta di realtà parallela vive, si autoalimenta e si diffonde nella quasi totale indifferenza, non è raro imbattersi in notizie che all'improvviso ce la mostrano in tutta la sua drammatica complessità. Basta sfogliare una rapida rassegna stampa per rendersi conto dell'alto numero di casi che hanno avuto a che fare con la magistratura, con le forze dell'ordine o, nelle situazioni più disperate, con la morte. Sono proprio queste ultime situazioni, le più drammatiche, che periodicamente accendono i riflettori e spostano la lettura dei gruppi sul tema della libertà di adesione, elemento fondamentale che traccia la linea di demarcazione e che inesorabilmente trasforma, con la sua assenza, il gruppo in setta. La breve panoramica che riportiamo a seguire offre solo un'idea del problema che ha spinto molti governi europei ad intervenire. Nel febbraio del 1997, la Svizzera ha avanzato la proposta di inserire fra i reati quello della manipolazione mentale, una mossa indirizzata contro le sette e i loro abusi. Il Gazzettino del 22 febbraio 1997 ha riportato la notizia nell'articolo "La 'manipolazione mentale': un vero reato". In esso si legge: "Nella sola Svizzera e nella vicina Alta Savoia almeno 65 persone hanno perso la vita negli ultimi due anni ad opera dei seguaci della setta denominata Ordine del Tempio Solare. In un meditato e pionieristico decalogo che potrebbe servire da base di partenza anche per altri Paesi, gli esperti elvetici propongono per la prima volta una serie di misure sociali, educative, fiscali e giuridiche volte a contrastare il perverso potere di quelle sette che, con sistemi subdoli che possono arrivare fino all'ipnosi, collezionano adepti da 'manipolare mentalmente' per i loro scopi di lucro".
Coglie la palla al balzo la vicina Francia tre anni dopo. Già nel 1995, con il famoso rapporto Guyard, passava al setaccio la schiera dei culti distruttivi presenti all'interno dei suoi confini, ma è nel giugno del 2000 che il Paese d'Oltralpe sancisce che la "manipolazione mentale" è un reato vero e proprio per il quale si rischia fino a tre anni di reclusione (vedi L'Avvenire del 23 giugno 2000: "Manipolazione mentale. Nuovo reato in Francia per combattere le sette", di Simona Serafini). Lo scopo dichiarato della nuova legge inserita nel Codice penale è quello di combattere le sette. Poco prima, siamo nel 1999, anche la Germania aveva dimostrato la propria sensibilità alla questione elaborando il Rapporto Keltsch in cui prendeva in esame soprattutto il fenomeno Scientology. Nello stesso anno anche il Consiglio d'Europa raccomandava agli Stati membri di provvedere alla costituzione di osservatori capaci di monitorare la situazione "sette".
Nelle pagine che seguono sono riportati alcuni casi eclatanti che hanno occupato in Italia, negli ultimi anni, i titoli di cronaca. Ancora, l'intento è puramente documentaristico e il lettore potrà cogliere la diversa rilevanza delle situazioni citate. Al di là dell'importanza sotto il profilo giuridico, ciò che colpisce è la capacità di questi fatti di sollevare interrogativi e suscitare la necessità di riflettere intorno a temi evidentemente "caldi", a partire dalla libertà di espressione e di religione.

La stampa

"Un filo rosso lega queste storie: sogni religiosi esaltanti, e risvegli dolorosi con la costatazione di essere stati derubati del bene prezioso della libertà spirituale. Da qui il titolo: Figli di un dio tiranno.
(da Famiglia Oggi, agosto 2002)

Ne hanno parlato

Farenaith (Radio Rai3) intervista 10 maggio 2002, La Stampa 6 luglio 2002, Corriere della Sera 6 luglio 2002, Il Segnalibro giugno 2002, Famiglia Oggi agosto 2002.